Crediti deteriorati e calendar provisioning

Che il mercato NPL sia “in esplosione”, lo dicono i numeri. Un aumento del credito affidato previsto del 55% a fronte di una perdita degli utili stimata al 35% per gli istituti di credito[1]; un’aggiunta di 300 (miliardi) di NPL ai 600 già in stock prevista entro i prossimi due anni[2]. Stime e dati, questi, che sembrano mettere di fronte il mercato a parecchie, e non sottovalutabili, sfide, oltre che a un’onda potenzialmente esplosiva che impatterà in maniera non indifferente sugli istituti. E ad inasprire una situazione già di per sé più acre che dolce, stanno concorrendo anche le imposizioni “dall’alto”: parliamo del Calendar Provisioning, le cui radici affondano nelle Linee Guida per la gestione degli NPL emanate dalla BCE nel marzo 2017 e nell’Addendum a tali Linee Guida del 2018.
Con Calendar Provisioning si intende l’insieme di norme europee che impongono alle banche di assumere determinati comportamenti di fronte al deterioramento del credito di imprese e famiglie. Una regolamentazione, dunque, volta a imporre deterministicamente a chi eroga il credito, in presenza di deterioramento, di fare rettifiche sul credito fino a portarlo a zero in un certo orizzonte temporale prestabilito.
  Le Linee Guida in materia NPL, pubblicate dalla BCE nel marzo 2017, trattavano del provisioning e della cancellazione (write-off) delle posizioni deteriorate. Il 15 marzo 2018, poi, ad integrazione degli aspetti qualitativi delle Linee Guida, viene emanato un Addendum che specifica, relativamente alle posizioni NPE, le aspettative della BCE circa i livelli minimi di provisioning. Il requisito di provisioning così introdotto risulta di carattere normativo e vincolante per tutte le banche, oltrechè da applicare a tutti i crediti erogati dall’entrata in vigore del Regolamento in poi.
Ed è proprio da qui, dal Calendar Provisioning, che partono le difficoltà.
Se, infatti, un atteggiamento prudenziale come quello promulgato dalle intenzioni europee ha come fine non questionabile la correttezza, oggettività e pulizia del bilancio d’esercizio, ha però come contropartita una reale difficoltà nella sua attualizzazione, nonché una generalità e uniformità forse non così tanto corrette come si penserebbe. La necessità da cui parte infatti l’intento del calendar provisioning è garantire la regolarità delle rettifiche e delle valutazioni circa i portafogli di credito: in parole povere, se un credito non viene pagato per più di sei mesi, è evidente che sia da dichiarare come deteriorato, così come è chiara l’insolvenza del debitore. Ma cosa comporta per le banche, per gli istituti di credito tutti, una regolamentazione così stringente e automatica?  
Punto primo, sicuramente una difficoltà economica.
  La classificazione a deteriorato costa, alle banche e agli istituti, in termini di bilancio e conto economico; e costando, può arrivare a richiedere un aumento del capitale, che a sua volta comporterebbe pressione sugli azionisti che potrebbero anche decidere di tirarsi indietro. E quale atteggiamento resta da assumere, dunque, per essere pronti a eventualità del genere? Quello del “braccino corto”, che si esenta dal concedere prestiti, dall’erogare credito a imprese e privati nel tentativo di avere più capitale da parte qualora la situazione andasse per il verso sbagliato. Basta vedere che fine potrebbe fare la Francia, prodiga nell’ambito degli investimenti pre-lockdown e ora (non tanto) pronta all’esplosione di portafogli deteriorati che si sta per riversare su tutta Europa[3].

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