Cherry Sea: la ricerca sulla salute dei tribunali fallimentari

Nov 23, 2020

In Cherry Bit siamo abituati a ricercare, maneggiare e lavorare dati.

Farlo attraverso l’uso di algoritmi, poi, è il nostro pane, la nostra reason why. E di dato in dato, di algoritmo in algoritmo, la nostra curiosità ogni tanto ci porta a soffermarci su questi dati, e a visualizzarli. 

Ci siamo così accorti che le informazioni ricavate dai nostri dati, attraverso il lavoro dei nostri modelli, potevano essere interessanti da condividere, anche perchè non erano mai state pubblicate prima.

 

E così, abbiamo dato vita a Cherry Sea, la nostra ricerca sugli ultimi dieci anni di storia dei tribunali fallimentari italiani.

In sostanza, cosa abbiamo fatto? E in cosa consiste precisamente Cherry Sea? 

Tramite i dati raccolti dai portali del Ministero della Giustizia, abbiamo realizzato un’analisi su quelli relativi a tutti i fallimenti registrati nei 140 tribunali italiani dal 2010 a fine 2019, concentrandoci in particolare sui dati dei venti tribunali più attivi nel 2019, cioè quelli che hanno gestito il maggior numero di nuovi procedimenti.

Ne sono emerse informazioni interessanti? Assolutamente sì, dato che abbiamo scoperto che delle 5.472 pratiche complessivamente aperte nei dodici mesi da questi venti tribunali, il 35% è stato preso in carico dai soli tribunali di Milano (1.019) e Roma (897), quest’ultimo con un importante scarto rispetto a Torino, che con le sue 289 pratiche è il terzo in graduatoria. 

E Roma e Milano sono primi anche per quanto riguarda il numero di procedure pendenti, dal momento che i loro rispettivi tribunali ne hanno gestito 5196 – Roma – e 5023 – Milano, circa quindi il 30% del totale dei procedimenti che al 31 dicembre 2019 risultano accumulati nei venti tribunali presi in esame. 

Abbiamo poi analizzato lo storico e la variazione percentuale del numero di pratiche tra il 2015 e il 2019: nella maggior parte dei tribunali selezionati è diminuito negli anni il numero di procedure aperte e, di conseguenza, anche il numero di situazioni pendenti. 

Abbiamo rilevato come Torino, Vicenza e Napoli, dimostrino i trend migliori, dal momento che le nuove pratiche aperte nei loro tribunali si sono ridotte del 37, 20 e 34%, consentendo di alleggerire il carico dei pendenti rispettivamente del 43, 24 e 21%.

I dati più negativi, invece, si registrano a Verona, Firenze e Busto Arsizio, dove pur in presenza di una riduzione del numero di pratiche aperte (-1, -11 e -14%), si sono accumulate ulteriori procedure pendenti (con variazioni rispettivamente del 9, 2 e 0,6%).

 

Ma entriamo nei tecnicismi.

 

Abbiamo infatti utilizzato la metrica del Disposition Time (DT), già adottata dalla CEPEJ (Commissione europea per l’efficienza della giustizia), interpretabile come il tempo necessario per smaltire i procedimenti pendenti alla fine di un dato anno.

Dall’applicazione di questo parametro al campione individuato, è emerso come Torino sia il tribunale in grado di chiudere le pratiche pendenti nel minor tempo (2,8 anni), mentre al fondo della classifica troviamo i 10,1 anni di Bari.

Prendendo anche qui in considerazione gli ultimi cinque anni (2015-2019), abbiamo potuto osservare come la media dei Disposition Time dei venti tribunali in esame mostri un miglioramento complessivo costante del dato, passato dai 7,97 anni del 2015 ai 5,40 del 2019.

Anche in questo arco di tempo Torino risulta tra i tribunali con il DT medio migliore, assieme a Bergamo e Milano (4-5 anni), mentre tra quelli con DT medio peggiore troviamo Padova, Verona, Catania e bari, con un DT tra i 7 e gli 11 anni.

Abbiamo poi voluto approfondire incrociando i dati del DT con il parametro del Clearance rate (CR), che indica il tasso di smaltimento delle procedure da parte del tribunale e si misura come il rapporto tra il numero di procedimenti conclusi nell’anno e quelli aperti (per capirci, un CR maggiore al 100% indica che il tribunale, in un anno, riesce a “smaltire” più procedimenti di quanti ne apre).

Cosa ne è emerso?

 

Che dei venti tribunali più attivi nel 2019, solo la metà di questi è in grado di chiudere più procedimenti di quanti se ne aprono, mantenendo un DT inferiore ai 5 anni, mentre un quarto (in particolare i tribunali di Milano, Firenze, Verona, Catania, Cagliari) continua ad accumulare pratiche e ad avere un DT superiore ai cinque anni.

Dalla nostra analisi, abbiamo potuto poi notare come il livello di efficienza sia spesso legato a un’insufficiente disponibilità di giudici assegnati alla sezione fallimentare: basti pensare a Milano che, pur essendo secondo tribunale in Italia nel 2019 per numero di magistrati delegati a questa tipologia di procedure (10 alla pari di Napoli e dietro a Roma con 12), si è trovato tuttavia a gestire oltre 1.000 nuove pratiche lo scorso anno, per una media di 100 ogni giudice, e presenta un CR del 97%. Anche Cagliari e Firenze, tribunali con CR pari a 89 e 95% e DT superiore ai 6 anni, accusano nel 2019 carichi rispettivamente di 89 e 83 procedure sopravvenute per ogni giudice, mentre tribunali come Napoli, Torino e Bologna, che vantano un CR compreso tra 180 e 240% e DT inferiore ai 4 anni, possono contare su un rapporto tra nuove pratiche per giudice inferiore alle 35 unità.

Sul tribunale di Bari, invece, che pure presenta un CR del 118%, grava un DT superiore ai 10 anni, sintomo di difficoltà a smaltire le procedure accumulate nel passato, nonostante impieghi lo stesso numero di giudici di Torino. 

Abbiamo poi calcolato che, tra i venti tribunali con il maggior numero di procedure aperte nel 2019, complessivamente, la media è di 48 nuove pratiche per giudice all’anno. Per quanto riguarda le procedure pendenti, invece, la media è di 288,85 per ogni giudice, con punte di oltre 500 pratiche per giudice nei tribunali di Milano, Cagliari e Firenze. 

 

Ma da questo mare di dati, quali riflessioni possiamo trarre?

 

Sicuramente, che la difficoltà a smaltire i fallimenti nei tribunali è un’emergenza cronica del nostro paese, e che la pandemia potrebbe concorrere a inasprirla. 

 

Come sostiene il founder di Cherry, Giovanni Bossi, per ripartire, per rimettere in circolo nell’economia reale capitali e asset “congelati”, serve velocizzare i tempi e rendere più efficienti le procedure di recupero giudiziale.

 

 È una partita importante, tanto per il mondo della finanza quanto per quello delle imprese.

 E, mentre si gioca, noi continueremo a fare quello che ci viene meglio: raccogliere, elaborare, e fornirvi mari sempre più grandi di dati.  

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